Fiducia 2015: la tempesta perfetta

Come ogni anno, a ridosso di Davos, arrivano puntuali i risultati dell’Edelman Trust Barometer, giunto quest’anno alla sua quindicesima edizione.

E che edizione: i risultati dell’indagine sono tali da indurre Richard Edelman ad affermare che il barometro di quest’anno segnala in corso una “tempesta perfetta”.

Svanisce la fiducia in praticamente tutte le istituzioni, ivi comprese – tanto per dire di una che nelle passate edizioni non aveva sbagliato un colpo – le ONG.

I livelli di fiducia sono in pratica gli stessi che hanno segnato l’edizione del 2009, l’anno della grande recessione.

Governi, imprese, media, ONG appunto, registrano una fiducia da parte dei partecipanti all’indagine inferiore al 50% in ben due terzi dei Paesi coinvolti, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Giappone compresi.

Innovazione

A subire uno dei colpi più duri è un elemento di particolare interesse introdotto proprio quest’anno: la fiducia nell’innovazione.

Si direbbe, in breve, che delle sorti magnifiche e progressive promesse dalla tecnologia, la gente comune non si fidi poi troppo. Anzi, diciamo pure che non si fida affatto.

La percezione generale (da parte del 51%) è che l’innovazione si imponga in tempi troppo brevi e che sia dettata più dalla cupidigia e dalla necessità, da parte delle imprese che promuovono l’innovazione, di fare più soldi (ben il 66% registra lo stesso sospetto nei confronti dell’innovazione).

Un debole 24% crede invece che l’innovazione sia promossa per fare del mondo un posto migliore.

Insomma, fra luddisti ed entusiasti tecnofili nella tempesta perfetta trovano un rifugio sicuro più i primi che i secondi. Oltre il 55% degli intervistati avverte la sensazione che le imprese non testino a sufficienza le innovazioni proposte sul mercato e un buon 46% pretenderebbe una più severa regolamentazione dei processi produttivi (per quanto siano poi in ben pochi a concedere sufficiente fiducia a chi le leggi è chiamato a promulgarle).

Giustamente la ricerca evidenzia che, nonostante l’innovazione sia un imperativo imprescindibile (oggi in particolare), questa non riesce a essere anche un acceleratore per il valore della fiducia.

L’innovazione di per sé non è, insomma, più sufficiente; è necessario un nuovo accordo tra le imprese e l’individuo, un patto grazie al quale le imprese possano dimostrare, tramite terze parti, che l’innovazione è sicura, che è in grado di apportare benefici tanto per l’individuo quanto per la società nel suo complesso e che, soprattutto, è in grado di garantire che i dati del singolo individuo siano protetti (al sicuro).

Per la rubrica “strano ma anche no, e tuttavia vero”, i mercati in via di sviluppo dimostrano una maggiore apertura nei confronti dell’innovazione rispetto ai mercati più consolidati.

Gli Emirati Arabi, l’India e l’Indonesia sono i paesi che apprezzano maggiormente l’innovazione mentre diversi paesi europei, tra cui la Germania, la Francia e la Spagna risultano decisamente meno inclini ad accettare gli sviluppi tecnologici.

L’Italia è, più o meno, nella media in compagnia di Stati Uniti, Argentina, Corea del Sud.

Il da farsi

I partecipanti alla ricerca hanno anche identificato le azioni che potrebbero contribuire ad accrescere la fiducia nei confronti degli sviluppi innovativi delle imprese: l’80% suggerisce di rendere pubblici i risultati dei test, il 75% suggerisce una sorta di endorsement da parte di terze parti affidabili come, ad esempio, le istituzioni accademiche; infine, il 71% suggerisce di adottare un approccio simile a quello previsto dai test clinici e dalle versioni beta.

Tecnologia

La fiducia nei confronti del progresso tecnologico è strettamente correlata al settore innovato: tecnologia, servizi finanziari e sanità registrano livelli di fiducia più elevati rispetto all’innovazione nei settori dell’energia e dell’alimentare.

L’innovazione declinata in campi come quello della fratturazione idraulica (chissà perché proprio questa) o degli alimenti geneticamente modificati viene giudicata con molto scetticismo (prova ne sia la notizia di qualche giorno fa relativa a un decreto firmato da ben tre ministri – Lorenzin per la salute. Martina per le politiche agricole e Galletti per l’ambiente – per prorogare il bando al mais MON 810 e sancire il diritto dei singoli paesi a decidere se accettare o meno i prodotti transgenici).

Per farla breve: qui davvero l’Italia non si fida. E questo nonostante il fatto che secondo il Trust Barometer l’industria alimentare sia una di quelle che registra (stranamente in verità) una delle percentuali di fiducia più alte in assoluto (67%).

Imprese

Il Trust Barometer di quest’anno segna anche la fine della ripresa della fiducia nelle imprese crollata in due terzi dei mercati e attestatasi sotto il 50% in ben 14 paesi. Il risultato peggiore dal 2008. In base ai dati, i cali maggiori rispetto agli anni precedenti sono quelli del Canada (15 punti in meno), della Germania (12 punti in meno, chissà che ne dice Frau Merkel?), dell’Australia (11 punti in meno) e di Singapore (10 punti in meno).

L’Italia, con il suo 28% di fiducia nei confronti delle imprese, è ben al di sotto della percentuale media. Dato sconfortante, al quale fa da contraltare un notevole 53% di fiducia nel governo.

Certo non siamo ai livelli di Emirati Arabi, dell’Indonesia, del Brasile o del Messico (che oscillano tra un 85% e 72%) ma in considerazione delle ondate di populismo che come le maree (ma con più frequenza) investono periodicamente il nostro paese, che il governo incassi un 53% è un risultato di tutto rispetto.

Opinabile forse (ma, in fondo, quali dati non sono opinabili?), ma di tutto rispetto.

CEO e politica

Non se la passano meglio i capitani d’industria. La credibilità dei CEO come portavoce aziendali crolla ancora per il terzo anno consecutivo. Praticamente in tutto il mondo, CEO (con il 43%) e rappresentanti del governo (con il 38%) si confermano come le fonti meno affidabili in assoluto (con le percentuali più basse di credibilità), lontani anni luce dai livelli di fiducia conferiti ad accademici e esperti di settore (70%) e persino alle persone comuni (quelle che il Barometro chiama “a person like yourself”, delle quali ci si fida per un bel 63%. Dato particolarmente interessante per chi si occupa di social media…).

Sempre fuori dal coro i paesi in via di sviluppo, dove la fiducia nei confronti dei CEO svetta con un salto di circa una trentina di punti per attestarsi al 61%.

Per la politica ancora pessime notizie, per il quarto anno consecutivo i governi rimangono l’istituzione di cui meno ci si fida.

Media

I media non attraversano un buon momento se è vero che il 60% dei paesi non li ritiene degni di gran fiducia. Tanto che – ed è un dato sul quale sicuramente bisognerà tornare, non foss’altro perché suona come un ossimoro – i motori di ricerca sono ritenuti più affidabili come fonte di informazione e notizie rispetto ai media tradizionali.

L’Italia – e a questo punto cresce esponenzialmente la curiosità nei confronti dell’identità dei partecipanti locali alla ricerca – si posiziona fra i 12 paesi che registrano una crescita della fiducia nei confronti dei media, passando dal 40% del 2014 al 48% di quest’anno.

ONG

Infine, come accennato all’inizio, la tempesta perfetta non risparmia neppure le ONG (banale ma d’effetto provare a immaginare il dato nel nostro Paese ad oggi, dopo la liberazione di Greta e Vanessa e le conseguenti polemiche): anche nel loro caso la fiducia subisce un calo, minimo nella maggior parte dei casi, drastico per la Gran Bretagna e la Cina.

La fiducia, una cosa seria

Insomma, la fiducia rimane un argomento serio, tant’è che quasi due terzi dei partecipanti dichiara che non comprerebbe prodotti e servizi da un’azienda di cui non si fida. Per contrasto, ben l’80% non esita, invece, a fare acquisti dalle aziende di cui si fida e a raccomandare le stesse ai propri amici.

Chissà che queste ultime percentuali non facciano suonare un campanellino d’allarme in chi ancora non è convinto delle potenzialità dei social media o di quell’83% di cui parlavamo qui e che non ha ancora compreso bene perché i contenuti non possono e non devono più essere trattati solamente in maniera tradizionale.

Intanto, riponiamo il barometro e aspettiamo pazienti che la tempesta passi.

Se mai passerà…

 

 

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