“La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, (…)”.

Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose:
1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato
2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili
3) un linguaggio il più preciso possibile

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

Esattezza



Maat, racconta Calvino, era il nome della dea della bilancia degli antichi egizi, rappresentata sempre con il capo ornato da un piuma, simbolo di precisione utilizzato dalla dea per controbilanciare il peso delle anime.

I valori che Calvino mette a guardia del principio dell’esattezza sono sostanzialmente tre: struttura, immagini e linguaggio.

Valori che potrebbero sembrare ovvi, specifica Calvino, ma nei confronti dei quali lo scrittore avverte la necessità di prenderne le difese, spinto dalla sensazione che “il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato”; che le immagini – per eccesso di disponibilità (ed era il 1985) – siano ormai “prive della necessità interna” che dovrebbe caratterizzare ognuna di esse “come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili”;  che la “peste dell’inconsistenza” colpisca anche “la vita delle persone e la storia delle nazioni”, rendendo tutte le storie “informi, casuali, confuse, senza principio né fine”.

Ecco perché esattezza per Calvino equivale alla capacità di progettare un’opera tramite un disegno ben definito e calcolato; l’evocazione di immagini nitide, incisive, memorabili; l’utilizzo di “un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione”.

Ora proviamo a sovrapporre la trama dei valori individuati da Calvino per la letteratura all’elenco delle manchevolezze spesso lamentate quando si parla di comunicazione d’impresa.

Vedremo emergere gli stessi problemi che all’interno dell’impresa provocano l’utilizzo di un linguaggio approssimativo e appiattito dalla consuetudine; di immagini prive di quella precisione icastica che Calvino vorrebbe restaurata in letteratura; di strategie definite in punta di matita e dalle quali ci si aspettano risultati spesso calcolati senza tener conto della piuma di Maat.

Ci sembra chiaro che la ricerca dell’esattezza per l’impresa dovrà anch’essa biforcarsi, come Calvino dice debba accadere per la sua arte, in due direzioni: “Da una parte la riduzione degli avvenimenti contingenti in schemi astratti con cui si possano compiere operazioni e dimostrare teoremi; e dall’altra lo sforzo delle parole” – e delle immagini, aggiungeremmo – “per rendere conto con la maggiore precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose”.

Ecco, quale vorremmo che fosse il contributo della comunicazione e del web, con tutte le sue infinite risorse, oggi:“sviluppare operazioni”, “dimostrare teoremi”, aiutare a rendere con esattezza l’aspetto e i contenuti dell’impresa.

“… la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso. (….) La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso”.

“Un ragionamento veloce non è necessariamente migliore d’un ragionamento ponderato; tutt’altro; ma comunica qualcosa di speciale che sta proprio nella sua sveltezza”.

“… chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”.

“La precisione per gli antichi Egizi era simboleggiata da una piuma che serviva da peso sul piatto della bilancia dove si pesano le anime. Quella piuma leggera aveva nome Maat, (…)”.

“Sono un uomo di una certa età. La natura della mia professione, da trent’anni a questa parte, mi ha portato a stabile contatti fuori del comune con quella che si potrebbe definire una categoria di uomini alquanto interessante e singolare…”.

“C’è un verso di Dante nel Purgatorio (XVII, 25) che dice: “Poi piovve dentro a l’alta fantasia”. (…) la fantasia è un posto dove ci piove dentro”.

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